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Le mie ricerche "in internet" su
tutto quanto riguarda e/o possa riguardare
l'occupazione " a mano armata" del Regno delle Due
Sicilie , mi hanno portato a conoscere "fatti" che
la storiografia ufficiale da quella dell'epoca fino
a quella attuale , si è ben guardata dal rendere
noto.
Attualmente dette ricerche mi
hanno portato in Sicilia " gioia e dolore" del Regno
delle Due Sicilie, Purtroppo gli archivi storici
siciliani di quel tempo " guarda caso" sono andati
distrutti nel corso degli anni o non sono
consultabili per chi non è storico di professione,
quindi interamente dedicato a ricerche storiche con
profusione di tempo e soldi.
Purtroppo fino a quando questa
"Rivoluzione Storico-Culturale" non sarà possibile,
sta a noi genitori, a noi lettori, a noi
frequentatori dell'Internet, cercare, documentarsi e
diffondere tutto quanto venga a nostra conoscenza
cominciando a dire e smentire che " il famoso grido
di dolore che si leva verso di noi" declamato da
Vittorio Emanuele II il 10 gennaio 1859, NON C'E'
MAI STATO, c'è stato invece il pressante invito dei
massoni (Garbaldi & C.), degli anticlericali (Il
Regno delle Sue Sicilie era cattolicissimo), gli
avventurieri (Garibaldi), i sognatori ( i Siciliani
che credettero nelle promesse di Cavour e Garibaldi,
per poi pentirsene amaramente), i traditori e gli
Ignavi ( i Baroni e la nobiltà siciliana), e al di
sopra tutti l' INGHILTERRA, ma questa è un'altra
storia che vi racconteremo più avanti.
Voglio sottoporvi, una delle
pagine più sanguinose vissute dai siciliani, e cioè
la rivolta di Palermo, detta anche del Sette e
Mezzo(come i giorni che durò) appena pochi anni dopo
l'Unità (si fa per dire) d'Italia.
a
cura di Pino Marinelli
Tratto da " Il Brigantino - Il
Portale del Sud
La rivolta del " 7 e mezzo" di Fara
Misuraca
microbiologa e appassionata di
storia, che vive e lavora a Palermo
"Una
tinta (*) mattinata del settembre 1866, i nobili, i
benestanti, i borgisi (*), i commercianti
all'ingrosso e al minuto, i signori tanto di coppola
quanto di cappello, le guarnigioni e i loro
comandanti, gli impiegati di uffici, sottuffici e
ufficiuzzi governativi che dopo l'Unità avevano
invaso la Sicilia pejo (*) che le cavallette,
vennero arrisbigliati (*) di colpo e malamente da
uno spaventoso tirribllio (*) di vociate, sparatine,
rumorate di carri, nitriti di vestie, passi di
corsa, invocazioni di aiuto. Tre o quattromila
viddrani, contadini delle campagne vicino a Palermo,
armati e comandati per gran parte da ex capisquadra
dell'impresa garibaldina, stavano assalendo la
città. In un vìdiri e svìdiri,(*) Palermo capitolò,
quasi senza resistenza: ai viddrani si era aggiunto
il popolino, scatenando una rivolta che sulle prime
parse addjrittura indomabile. Non tutti però a
Palermo furono pigliati di sorpresa. Tutta la notte
erano ristati in piedi e viglianti quelli che
aspettavamo che capitasse quello che doveva
capitare. Erano stati loro a scatenare quella
rivolta che definivano "repubblicana", ma che i
siciliani, con l'ironia con la quale spesso salano
le loro storie più tragiche, chiamarono la rivolta
del "sette e mezzo", ché tanti giorni durò quella
sollevazione. E si ricordi che il "sette e mezzo" è
magari un gioco di carte ingenuo e bonario
accessibile pure ai picciliddri (*) nelle familiari
giocatine di Natale. Il generale Raffaele Cadorna,
sparato di corsa nell'Isola a palla allazzata (*),
scrive ai suoi superiori che la rivolta nasce, tra
l'altro, "dal quasi inaridimento delle risorse della
ricchezza pubblica", dove quel "quasi" è un
pannicello caldo, tanticchia (*) di vaselina per far
meglio penetrare il sostanziale e sottinteso
concetto che se le risorse si sono inaridite non è
stato certamente per colpa degli aborigeni, ma per
una politica economica dissennata nei riguardi del
Mezzogiorno d'Italia". (Andrea Camilleri, Biografia
del figlio cambiato, Edizioni Rizzoli - La Scala)
Così molto coloritamente Camilleri
descrive l’inizio del “Sette e mezzo”. La rivolta
davvero fu iniziata da squadre di contadini, circa 3
o 4000 uomini, provenienti dalle campagne
circostanti Palermo. Erano guidate in buona parte da
quegli stessi capisquadra che avevano partecipato
all’impresa garibaldina del 1860. Una volta entrati
in città, nella notte tra il 15 ed il 16 settembre
1866, rapidamente riuscirono a sollevare l’intera
popolazione. La ribellione fu imponente, fonti
governative parlano di 35-40 mila uomini in armi, e
certamente se all’inizio essa fu indubbiamente una
manifestazione esplosiva di malcontento e di
protesta popolare la sua rapida diffusione la
massiccia partecipazione furono certamente opera di
una concertazione, da tempo preparata, di alcune
forze politiche. Il mescolarsi della spontaneità
popolare con la rivolta organizzata fu favorito
dalla situazione economica disastrosa, come detto in
precedenza, e dallo scoppio della terza guerra
d’indipendenza che stava mostrando la debolezza
dello stato savoiardo in seguito alle sconfitte di
Custoza e di Lissa. La capacità di controllo della
classe liberale che aveva appoggiato Vittorio
Emanuele era ormai deteriorata, e non solo in
Sicilia. Nella rivolta di Palermo insorsero
contemporaneamente e di concerto sia l’opposizione
di estrema destra, nobili e clero, che quella di
estrema sinistra. I nobili della destra estrema ed
il clero avevano come obiettivo la restaurazione
borbonica e clericale, la sinistra estrema aveva
come obiettivo la costituzione di uno stato
repubblicano sul modello mazziniano. Tuttavia
Mazzini, tanto per cambiare, se ne dissociò e
addirittura la criticò. Essendo a conoscenza delle
intenzioni dei repubblicani di Palermo, qualche mese
prima (a conferma della lunga preparazione della
rivolta) aveva scritto “un moto repubblicano, che
conduce a far pericolare l’unità nazionale, sarebbe
colpevole; un moto che restasse senza certezza che
il resto d’Italia possa seguirlo, sarebbe un errore;
un moto che restasse isolato, cadrebbe poco dopo
nell’autonomismo, nello smembramento, nelle
concessioni a governi e reggitori stranieri…”
(Mazzini a Bagnasco in “Il precursore” Palermo 31
luglio 1865) e forse a pensarci bene non aveva
torto.
La caratteristica peculiare della
rivolta del 1866 fu in ogni caso la contemporanea
partecipazione della destra estrema e della
sinistra. Indicativo è il fatto che la giunta
rivoluzionaria aveva un presidente borbonico, il
principe di Linguaglossa, ed un segretario
mazziniano, Francesco Bonafede. Come sarebbe stato
possibile conciliare queste due linee politiche non
c’è dato sapere, vista la feroce repressione ed il
fallimento della rivolta.
Per sette giorni e mezzo Palermo
restò in mano ai rivoltosi (da qui il nome “sette e
mezzo”). E solo in seguito all’impiego di 40.000
soldati e soprattutto dei bombardamenti
all’americana ordinati dal generale Cadorna, i
sabaudi ebbero ragione dei rivoltosi. Si contarono
miglia di morti e migliaia di prigionieri, ma non
cifre ufficiali, forse il nuovo stato unitario se ne
vergognava.
Non solo questo però possiamo leggere
in questa rivolta. Non meno importante è la sua
valenza politica. Possiamo infatti affermare che ha
avuto un ruolo nella formazione della classe
politica italiana, in particolare nella storia della
sinistra italiana.
Il sette e mezzo, o meglio la
parte di sinistra del sette e mezzo nasce
dalla crisi del partito d’azione, dopo le sconfitte
garibaldine in Aspromonte. L’evento portò il
mazziniano Crispi, ad optare per la monarchia “la
monarchia ci unisce e la repubblica ci dividerebbe”
e questo strappo verso la destra fece nascere una
sinistra intransigente ed estremista che guidata da
persone come Friscia, Corrao, Bonafede, continuarono
a lottare per l’ideale repubblicano, questa gente si
staccò ben presto da Garibaldi e Mazzini e cercò,
con poca fortuna, di agire da sola.
Bakunin, che fu critico verso questi
personaggi, non può tuttavia fare a meno di
considerare il Mezzogiorno come luogo d’elezione per
una rivolta del proletariato, perché terra ricca di
emarginati, poveri ed oppressi. Non c’era
alternativa: o briganti (e quindi mob) o
rivoluzionari (estremisti sia della destra
legittimista che di sinistra).
L’insurrezione fu un fatto
estremamente grave, sintomo di una situazione
malsana, e non solo in Sicilia. Fu ordinata, su
proposta di Mordini, la prima inchiesta parlamentare
della storia d’Italia. Si accertò che la situazione
era critica e che l’unità nazionale, da poco
raggiunta era in pericolo. Malgrado ciò non si
tentarono miglioramenti, si soffocò, si andò avanti
e si costruì uno stato sul fango. Ancora oggi “non”
ne raccogliamo i frutti …
Ricostruzione storica della rivolta
di Palermo, o del / e mezzo, fatta da: ORAZIO
FERRARA
Orazio Ferrara, è nato a Pantelleria
(1948), Scrittore e saggista, vive a Sarno in
provincia di Salerno:
16
- 22 settembre 1866
Le sette giornate di Palermo
Il no siciliano alla
piemontesizzazione
di Orazio Ferrara
Gli anni immediatamente successivi
alla cosiddetta "Unità d'Italia" videro la Sicilia
solo marginalmente interessata da quel fenomeno di
massa della resistenza armata contro i "Piemontesi",
che, sotto la guida dei legittimisti, divampava, con
accenti epici, in tutte le altre regioni
meridionali. Ciò perché ancora bruciava ai Siciliani
la mancata comprensione della loro "specificità" da
parte dei passati governi borbonici. Però, man mano
che cadevano ad una ad una tutte le illusioni sorte
con la venuta delle rosse camicie di don Peppino
Garibaldi, montava la collera degli strati popolari.
E così anche la Sicilia non mancò a quel tragico
appuntamento con la Storia, pagando il suo non lieve
contributo di sangue alla Resistenza meridionale. .
Le sette giornate della rivolta di
Palermo del settembre 1866 furono la testimonianza
tangibile di una cosiddetta "unità nazionale",
malamente perseguita e peggio attuata. Manco a farlo
apposta i più decisi tra i rivoltosi furono proprio
i "picciotti", che sei anni prima avevano permesso
le "strepitose" vittorie di Garibaldi. Essi furono i
più determinati nella lotta perché erano stati
traditi nel peggiore dei modi: nella loro buona
fede. La politica perseguita in Sicilia dal governo
italiano, o per meglio dire sabaudo, fu in quegli
anni veramente miope, sciocca e, non ultima,
violenta. La verità è che, come scrive Paolo Alatri
(Lotte politiche in Sicilia, Torino 1954): "I
funzionari, per lo più settentrionali...
consideravano spesso le popolazioni affidate alle
loro cure come non ancora pervenute al loro stesso
grado di civiltà, come barbari o semibarbari...
Questo estremo disprezzo, intollerabile per un
popolo d'antica civiltà come quello siciliano,
unitamente a molte altre cause tra cui, non
secondarie, la crescente miseria, l'introduzione di
misure poliziesche inutilmente vessatorie e di nuovi
e gravosi balzelli, provocò l'impossibile:
l'alleanza tattica dei gruppi filoborbonici con i
circoli del radicalismo democratico, cioè l'ala
oltranzista del vecchio partito filogaribaldino, e
di questi due con gli autonomisti e gli
indipendentisti, componenti politiche quest'ultime
perennemente presenti nella storia dell'isola".
L'originalità di questa alleanza, che
fuoriesce da tutti gli schematismi abituali, la dice
lunga su quale laboratorio politico di prim'ordine
fosse in funzione in quel momento in Sicilia.
Ed è in questa originalità che vanno
ricercati sia il principale punto di forza della
rivoluzione (perché di vera e propria rivoluzione si
trattò, anche se limitata a Palermo e al suo
circondario) per la partecipazione corale, senza
divisioni, dell'intera popolazione, sia il
principale punto di debolezza per l'intrinseca
mancanza, per ovvi motivi, di un'unica e coerente
direzione politica e quindi di idonei quadri, cosa
che determinò alla fine la sconfitta generale di
tutti i rivoluzionari.
La repressione che seguì fu talmente
barbara da far registrare un numero di vittime di
gran lunga maggiore di quello avutosi nella fatidica
guerra di "liberazione" garibaldina del 1860. Ma la
cosa peggiore fu come al solito il tentativo,
riuscito perfettamente per l'imperante servilismo
della storiografia ufficiale, di infangare la
memoria storica degli sconfitti. Vecchio male
nazionale. Così se i combattenti legittimisti del
Napoletano, della Lucania, delle Calabrie e delle
Puglie non erano stati altro che briganti e banditi
da strada; per i Siciliani del '66 ci si inventò
l'accusa di essere stati parte integrante di un più
vasto disegno criminoso, ordito dall'onnipresente
Mafia. Fervida fantasia quella dei politicanti
dell'Italia post-unitaria! Ed è così che quel1e
tragiche giornate del settembre 1866, che avevano
visto versare tanto generoso sangue siciliano,
passarono nei libri di testo, fino in tempi a noi
recenti, come " un episodio di malandrinaggio
collettivo". Ci sono voluti storici seri, non
corrivi alla solita retorica patriottarda, affinché
ultimamente si facesse un po' di luce.
L'insidioso teorema per cui vi era
perfetta coincidenza d'intenti tra i cospiratori
siciliani e i mafiosi, anzi che si era in presenza
di un tutt'uno, fu elaborato e portato avanti con
tempestività dal prefetto palermitano del tempo,
Gualtiero, in tutta una serie di rapporti al
governo, probabilmente su imbeccata di quest'ultimo.
Particolarmente preso di mira, nei
citati rapporti, "l'ibrido connubio" tra gli
oltranzisti del vecchio partito garibaldino e i
filoborbonici.
Il teorema precedé la stessa fase
rivoluzionaria, infatti se ne ebbe un primo rozzo
abbozzo allorché il Gualtiero cominciò a rendersi
conto del1'avvenuta saldatura tra le diverse anime
antipiemontesi della Sicilia, dagli indipendentisti
ai legittimisti, e di conseguenza dell'ormai
inarrestabile onda montante della collera popolare.
A nulla valse per il governo l'aver ordito l'infame
assassinio del generale Corrao, accusato di tessere
i legami tra le diverse componenti, così come a
nulla valse l'ulteriore arresto di Giuseppe Badia,
succeduto al Corrao. La Sicilia ribolliva sempre più
di cospiratori. A questa impotenza si trovò il
palliativo di rispondere con nuovi rapporti
prefettizi tendenti a rappresentare tutta
l'opposizione politica semplicemente come
un'organizzazione di tipo malandrinesca. Ecco dunque
il partito della mafia avverso ai "piemontesi", che
andava combattuto con qualsiasi mezzo, dalla
delazione alla tortura, trattandosi di contrastare
una truculenta associazione a delinquere.
Se all'inizio questo subdolo teorema
fece prendere soltanto delle grosse cantonate al
governo italiano (d'altronde ispiratore dello stesso
Gualtiero) per cui subì una clamorosa disfatta
iniziale in quel di Palermo, dove popolani male
armati ebbero per giorni la meglio su una numerosa
truppa addestrata, esso si rivelò poi assai utile e
prezioso nella fase successiva, a rivoluzione
fallita, quando si trattò di imbonire l'opinione
pubblica italiana e quella internazionale sulla
necessità di una dura e persistente repressione,
come se non fosse già bastato, a seguito di vili
ordini, il crudele cannoneggiamento della città da
parte della flotta italiana. Per molto meno
Ferdinando II di Borbone si vide affibbiare
l'epiteto di Re Bomba.
La repressione esitò infine nel
tristissimo fenomeno dell'emigrazione, dissanguando
così la Sicilia dei suoi figli più intraprendenti.
Eppure è stato documentato da storici
imparziali che molti di quei capipopolo e gran parte
dei picciotti delle squadre armate, fatti passare
per mafiosi e manutengoli dei Barbone, avevano un
passato di tutto rispetto in nome dell'unità
d'Italia. In pratica erano le stesse squadre e i
medesimi capi che nel 1860 avevano permesso la
tranquilla passeggiata di don Peppino Garibaldi in
terra di Sicilia. Senza il loro determinante apporto
il rossiccio generale avrebbe certamente assaporato
di qual gusto amaro sapessero le salse acque del
mare siciliano. Ad essi la parte più stolida della
storiografia piemontese riservò la degradazione "da
tutti eroi a tutti mafiosi"; dimenticando i veri
mafiosi di cui si erano effettivamente serviti i
Mille come quel Badalamenti, inteso 'u zu Piddu
Ranteri, così descritto da Antonio Cutrera nel suo
"La mafia e i mafiosi" (Palermo 1900): "... capraro
facinoroso e mafioso, al quale dolevano ancora le
piante dei piedi, per le vergate avute dalla polizia
borbonica, per costringerlo a confessare certi
peccati da lui commessi, tutt'altro che politici".
Il Cutrera è scrittore filogovernativo al 100%,
tanto che per farsi perdonare il suo piccolo peccato
veniale aggiunge subito dopo, nella stessa pagina:
"Venne il 1866: la mafia e la feccia della società,
spinte dagli elementi sovversivi, repubblicani,
borbonici e clericali, sotto pretesto di volere una
libertà maggiore, a foggia repubblicana, provocarono
una settimana di rivolta civile in Palermo". E' il
teorema Gualtiero passato nelle pagine di uno
storico.
Ma torniamo alle tragiche giornate
palermitane del settembre 1866.
Tralasciamo i soliti pennivendoli,
anche storici di fama, che hanno rivalutato con
studi seri i moti palermitani, analizzando ed
evidenziando la corale partecipazione popolare,
hanno però svilito la cosa, riducendo il tutto ad
una mera ribellione delle classi subalterne contro
la miseria e contro l'oppressione delle classi
dominanti. In quest'ottica va visto il grosso
risalto dato, da questi storici, alla componente
radicale a sfondo socialistica dei rivoltosi, con un
certo spazio anche alla corrente autonomistica,
ignorando quasi del tutto quella indipendentista, e
ciò la dice già lunga sulla loro reale obiettività.
(...)
Sulla reale consistenza della
partecipazione dei legittimisti borbonici alla
rivolta palermitana è certamente più sincero lo
storico inglese Denis Mack Smith, che, nel 3° volume
della sua "Storia della Sicilia medievale e moderna"
(Bari 1976), scrive al riguardo: "Ancora più
pericolosi, all'altro estremo, erano i conservatori
nostalgici dei Borboni: nel 1862 alcuni parlamentari
siciliani avevano già in corso dei negoziati segreti
con l'ex re borbonico... ".
Le scintille, innescanti il fuoco
della sommossa, furono come al solito occasionali.
Furono le ottuse limitazioni imposte alle
popolarissime feste di S. Rosalia, la santa patrona
cara al cuore di ogni palermitano, e l'introduzione
del monopolio statale del tabacco con la fine
dell'esenzione goduta fino allora in Sicilia.
Rapidamente divampò la protesta degli strati più
popolari e si ebbero i primi disordini. Era ciò, che
aspettava da tempo il Comitato rivoluzionario con le
sue squadre clandestine già allertate, anche perché
i reparti militari di stanza nell'isola erano
profondamente demoralizzati per le recentissime
disastrose sconfitte subite al nord dall'esercito
italiano nella guerra contro l'Austria.
Fin dall'inizio delle operazioni la
conduzione dell'ala militare del Comitato fu
impeccabile, se a ciò avesse corrisposto un'uguale
capacità e sagacia dell'ala politica le cose
sarebbero forse andate diversamente. Si cominciò dal
controllo del circondario, facendo poi convergere
tutte le squadre su Palermo. Si ripeteva la tattica
del '60, questa volta però contro "i piemontesi".
Toccò per prima a Monreale, dove
un'intera compagnia di granatieri, che spalleggiava
l'odiato Delegato di P.S. Rampolla, fu letteralmente
fatta a pezzi insieme a quest'ultimo. La scena si
ripeté a Boccadifalco con lo sterminio di un reparto
di "carabinieri piemontesi". A Misilmeri al termine
della giornata campale la truppa si ritirò,
lasciando sul terreno ben 27 morti. Infine, come
fossero un sol uomo, tutti i centomila contadini
della Conca d'Oro insorsero. I più decisi, armati di
vecchie scoppette da caccia, si unirono alle squadre
e marciarono su Palermo, al loro seguito centinaia
di carri carichi di vettovaglie.
Il controllo militare delle campagne
circostanti era considerato un primario obiettivo
nei disegni strategici del Comitato, in quanto
doveva permettere, come in effetti permise, il
regolare rifornimento di derrate alla città isolata.
L'adesione ai moti da parte della
cittadinanza fu unanime. E fu la guerra civile, come
sempre cruentissima, con innumerevoli vittime d'ambo
le parti. I circa 30.000 insorti in armi (il
Procuratore Generale della Corte d'Appello ne
stimerà il numero in 40.000) tennero in scacco i
migliori reparti del regio esercito, battendoli
ripetutamente, per sette giorni e mezzo in città e
per dodici giorni nel circondario. L'esercito arrivò
ad impegnare più di 40.000 uomini agli ordini del
generale Cadorna, inteso poi "il macellaio", oltre
ad ingenti forze di polizia e gran parte della
marina da guerra, che bombardò a più riprese la
città.
Cadde in quei giorni, riscattando
così in parte il suo discusso passato, quel
Salvatore Miceli, già temuto capomafia e poi abile
capobanda di picciotti in aiuto a Garibaldi nel '60;
cadde dissanguato per le gambe troncate da un colpo
di mitraglia mentre dava l'assalto alle mura della
Vicaria per liberare Giuseppe Badia, esponente di
spicco degli azionisti arrestato precedentemente.
Pur facendo riferimento alla propria
parte politica d'appartenenza, vi fu sul terreno una
straordinaria unità d'azione delle squadre armate.
La diversità si notava soltanto nel grido con cui
esse usavano andare all'assalto: "Viva la Sicilia"
(i filoborbonici, gli autonomisti e gli
indipendentisti), "Viva la Repubblica" (i radicali e
gli azionisti), "Viva Santa Rosalia" (i cattolici
tradizionalisti).
L'adesione sarà talmente totale che
si arriverà al punto che solo una trentina di
palermitani in tutto tra cui il sindaco protempore,
il marchese di Rudinì, fiancheggerà le "truppe
d'occupazione piemontesi". Per questo tradimento il
marchese di Rudinì avrà completamente bruciato il
suo bel palazzo avito ai Quattro Canti. La numerosa
Guardia Nazionale, che aveva rifiutato in massa di
sparare sui concittadini, si disciolse come neve al
sole e molti elementi passarono con i ribelli. Per
ironia della sorte i più irriducibili combattenti
delle squadre furono le centinaia di giovani
renitenti alla mal sopportata coscrizione
obbligatoria, istituita di recente dal governo, e i
disertori siciliani del regio esercito.
Eppure malgrado l'evidente capacità
di successo dimostrata sul terreno propriamente
militare, l'insurrezione cominciò a perdere
gradatamente mordente. La verità era che essa
risultava praticamente acefala nella guida politica.
Certa borghesia, che tante colpe ha nella tormentata
storia di questo nostro Sud, si dimostrò come sempre
avida e calcolatrice, e pur non ostacolando
apertamente la ribellione non fornì i decisivi
quadri politici, che in quel momento solo essa
d'altronde poteva offrire, essendo l'aristocrazia
solo un simulacro dell'orgogliosa casta dirigente di
un tempo. Purtuttavia furono elementi appartenenti a
quest'ultima, quali il barone Riso e tre principi
d'illustri casate, ad assumersi la responsabilità di
tentare di costruire una linea politica vincente. Ma
la loro visione delle cose, superata dai tempi, agì
da freno. Solo Francesco Bonafede, che di fatto era
il vero leader carismatico delle squadre armate,
consigliò e caldeggiò la costituzione di un governo
provvisorio rivoluzionario, ma il suo consiglio
restò inascoltato. Da quel momento l'insurrezione si
autocondannò all'insuccesso.
Scrive lo storico Rosario Romeo ne
"Il Risorgimento in Sicilia" (Bari 1973) che la
rivolta palermitana del 1866 "... non divenne
insurrezione generale dell'isola e poté essere
facilmente domata solo per la mancata collaborazione
dei ceti dirigenti... ". La borghesia meridionale,
per meri interessi di bottega, aveva tradito ancora
una volta la sua terra e la sua gente.
Le sette giornate di Palermo
costarono lacrime e sangue a tutti. I reparti del
regio esercito e delle forze di polizia contarono
tra le proprie fila oltre 200 morti, più un migliaio
di feriti gravi e leggeri, circa 2200 uomini fatti
prigionieri dagli insorti.
Le perdite dei rivoltosi non furono
mai accertate ufficialmente (in verità non si
volle), ma gli storici concordano nel calcolarle a
molte migliaia durante i combattimenti, a cui
occorre aggiungere poi le altre migliaia di popolani
arrestati e, senza regolari processi, gettati a
marcire nelle patrie galere dopo la fine della
rivolta, senza contare infine le numerosissime
condanne a morte e all'ergastolo irrogate dai
tribunali militari.
Con stupore l'opinione pubblica
italiana cominciò a rendersi conto dell'esistenza di
un irrisolto "problema siciliano". A molte delle
incomprensioni attuali si pose fondamenta in quei
giorni da tregenda.
(Questo saggio è uscito anche su
L'Alfiere, pubblicazione napoletana
tradizionalista, Fascicolo XXII Ottobre 1997)
Pino Marinelli
Sciacca (AG) 26 settembre 2007
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