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La reazione borbonica ed anti-piemontese in
Sicilia e l'ipertassazione del nuovo governo. |
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La statistica di fine anno 1861, fatta
dagli occupanti piemontesi, indicò che nel solo secondo semestre
vi erano stati 733 fucilati, 1.093 uccisi in combattimento e
4.096 fra arrestati e costituiti
Dovunque erano diffuse la paura, l’odio e la sete di vendetta.
L’economia agricola impoverita, quasi tutte le fabbriche erano
state chiuse e il commercio si era inaridito in intere province.
La fame e la miseria erano diventate un fatto comune tra la
maggior parte della popolazione. |
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Il 1°
gennaio 1862 in Sicilia insorse Castellammare del Golfo
al grido[1] di "abbasso la leva, morte ai
liberali, viva la repubblica". Furono uccisi il comandante
collaborazionista della guardia nazionale, Francesco Borruso,
con la figlia e due ufficiali. Case di traditori unitari vennero
arse. Strappati i vessilli sabaudi, spogliati ed espulsi i
carabinieri. Le guardie e i soldati accorsi da Calatafimi e da
Alcamo furono battuti e messi in fuga dai rivoltosi. Il 3
gennaio arrivarono nel porto la corvetta “Ardita” e due
piroscafi che furono accolti a cannonate, ma con lo sbarco dei
bersaglieri del generale Quintini i rivoltosi furono costretti
alla fuga. I piemontesi fucilarono centinaia di insorti tra cui
alcuni preti.
A Palermo comparirono sui muri manifesti borbonici e
sulla reggia fu messa una bandiera gigliata, ed in pochi giorni
si contavano più di 300[2] arrestati nel solo capoluogo. |
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A Marsala, durante la caccia ai patrioti
siciliani, le truppe piemontesi circondarono la città e
arrestarono oltre tremila persone, per lo più parenti dei
ricercati, comprese donne e bambini, che furono ammassate per
settimane nelle catacombe sotterranee vicine alla città, in
condizioni disumane, dove erano prive di luce e di aria. |
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Proprio in gennaio furono abolite le tariffe
protezionistiche per effetto delle pressioni della borghesia
agraria del Piemonte e della Lombardia. Queste disposizioni
dettero il colpo di grazia alle industrie dell’ex Reame
provocando il definitivo fallimento degli opifici tessili di
Sora, di Napoli, di Otranto, di Taranto, di Gallipoli e del
famosissimo complesso di S. Leucio, i cui telai furono
portati qualche anno dopo a Valdagno, dove fu creata la prima
fabbrica tessile nel Veneto. Vennero smantellate, tra le
altre attività minori, le cartiere di Sulmona e le ferriere di
Mongiana, i cui macchinari furono trasferiti in Lombardia.
Furono costrette a chiudere anche le fabbriche per la produzione
del lino e della canapa di Catania. La disoccupazione
diventò un fenomeno di massa e incominciarono le prime
emigrazioni verso l’estero, l’inizio di una vera e propria
diaspora. Con gli emigranti incominciarono a scomparire dalle
già devastate Terre Napoletane e Siciliane le forze umane più
intraprendenti. |
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A questo grave disastro si aggiunse
l’affidamento degli appalti (e le ruberie) per i lavori
pubblici da effettuare nel Napoletano ed in Sicilia ad imprese
lombardo-piemontesi che furono pagate con il drenaggio fiscale
operato dai piemontesi. La solida moneta aurea ed argentea
borbonica venne sostituita dalla carta moneta piemontese,
provocando la più grande devastazione economica mai subìta da un
popolo. |
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A Catania vi fu un’insurrezione lo stesso
18 maggio, ma fu rapidamente repressa dalle truppe piemontesi
che massacrarono 49 civili. |
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Il 30 giugno 1862, la banda dei patrioti
comandata dai fratelli Ribera partì da Malta e sbarcò a
Pantelleria, allo scopo di liberare l’isola dai piemontesi e
per ripristinare il governo borbonico. Con l’aiuto di tutta la
popolazione, i patrioti compirono numerose azioni contro i
traditori collaborazionisti e le guardie nazionali che
prevaricavano sulla gente. |
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Nell'agosto, in Pantelleria la banda Ribera
non riuscì in un tentativo di giustiziare il sindaco, connivente
dei piemontesi, ma inflisse numerose perdite ai reparti
piemontesi che li inseguivano. L’imprendibilità e le quasi
sempre vittoriose azioni dei patrioti di Ribera indussero i
piemontesi ad inviare nell'isola altra 500 soldati sotto il
comando del feroce colonnello Eberhard, già sperimentato in
azioni di controguerriglia nel continente. |
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A Pantelleria, nel frattempo, i piemontesi,
che avevano instaurato in tutta l’isola una feroce legge
marziale, riuscirono a convincere quasi quattrocento isolani a
collaborare con le truppe savoiarde. Formate tre colonne, il
colonnello Eberhard, governatore militare dell’isola, fece
avanzare il 18 settembre le truppe a raggiera per setacciare
tutta l’isola. I patrioti erano nascosti in una profonda caverna
posta quasi sulla sommità della Montagna Grande a 848 metri si
altezza, in una posizione imprendibile, ma traditi da un
pecoraio furono circondati e dopo una sparatoria, in cui
morirono alcuni piemontesi, furono costretti ad arrendersi a
causa del fumo di zolfo acceso davanti alla caverna che aveva
reso l’aria irrespirabile. I patrioti ammanettati, laceri e
smunti, furono fatti sfilare nelle strade di Pantelleria al
suono di un tamburo e col tricolore spiegato, tra ali di gente
commossa fino alle lagrime. Tutte le spese dell’operazione,
lire 637, furono a carico del comune. Furono incarcerati a
Trapani, ma alcuni, tra cui due fratelli Ribera, riuscirono a
evadere dalle carceri della Colombaia. Dei rimanenti 14,
processati il 14 giugno 1867, 10 furono condannati a morte per
impiccagione e gli altri ai lavori forzati. |
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Il 1° ottobre a Palermo furono accoltellati
simultaneamente, in luoghi diversi, tredici persone. Uno
degli accoltellatori, inseguito e arrestato, confessò che gli
era stato ordinato da un “guardapiazza” (quello che oggi
viene chiamato mafioso) di colpire alla cieca e che erano stati
pagati con danaro proveniente dal principe Raimondo Trigona
di Sant’Elia, senatore del regno, delegato da Vittorio Emanuele
II. Da successivi controlli fatti dal piemontese sostituto
procuratore del re Guido Giacosa, evidentemente all’oscuro delle
criminali intenzioni del governo piemontese, venne accertato che
i moltissimi omicidi, avvenuti anche prima e molti altri dopo,
avevano il solo scopo di “sconvolgere l’ordine” per poter
permettere e giustificare la feroce repressione così da
eliminare impunemente la resistenza siciliana antipiemontese.
L’indagine, che portò a riconoscere la responsabilità di quei
sanguinosi crimini al reggente della questura palermitana, il
bergamasco (ma messinese di nascita) Giovanni Bolis, antico
affiliato carbonaro con La Farina, fu, comunque, subito chiusa. |
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L’anno 1862 si chiuse, con una relazione
alla Camera di Torino sulla situazione nell’ex Regno delle Due
Sicilie con i dati ufficiali di 15.665 fucilati, 1.740
imprigionati, 960 uccisi in combattimento. Gli
scontri a fuoco di una certa consistenza nell’anno furono 574. I
meridionali emigrati all’estero furono circa 6.800 persone. Le
forze piemontesi di occupazione risultarono costituite da 18
reggimenti di fanteria, 51 “quarti” battaglioni di altri
reggimenti, 22 battaglioni bersaglieri, 8 reggimenti di
cavalleria, 4 reggimenti di artiglieria.
Nei territori delle Due Sicilie si
contavano circa 400 bande di patrioti legittimisti,
comandate per la maggior parte da ex militari borbonici. |
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Il Piemonte, che era lo Stato più indebitato
d’Europa, si salvò dalla bancarotta disponendo alla fine
dell'anno l’unificazione del “suo” debito pubblico con
gli abitanti dei territori conquistati. Furono venduti, con
prezzi irrisori, ai traditori liberali tutti i beni privati dei
Borbone e gli stabilimenti pubblici civili e militari delle Due
Sicilie. Tutte le spese per la “liberazione” e dei lavori
pubblici (affidati alle speculazioni delle imprese
lombardo-piemontesi) furono addebitate proprio alle regioni
“liberate”. |
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Le tasse... |
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Anche l’arretrato sistema tributario piemontese
fu applicato nel Napoletano ed in Sicilia, che fino allora
avevano avuto un sistema fiscale mite, razionale, semplice e
soprattutto efficace nell’imposizione e nella riscossione,
indubbiamente tra i migliori in Europa. Al Sud fu applicato un
aumento[3] di oltre il 32 per cento delle imposte, mentre
gli fu attribuito meno del 24 per cento della ricchezza
“italiana”. |
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Vari spunti presi da cronologia.leonardo.it |
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[1]
Civiltà Cattolica, anno decimoterzo, vol.I della serie quinta,
ROMA, 1862, pag. 366 |
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[2]
Civiltà Cattolica, anno decimoterzo, vol.I della serie
quinta, ROMA, 1862, pag. 111 |
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[3]
Civiltà Cattolica, anno decimoterzo, vol.I della serie
quinta, ROMA, 1862, pag. 118 |
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| Il Comitato 07/05/2008 |
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